diniego

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Cyop & Kaf inseguiti dal dottor Parmigiano

Chi sono Cyop & Kaf? Forse qualcuno li conosce, forse no, ma si tratta di due giovani artisti napoletani che da tempo cuciono a tamburo i muri di mezza città con alcune loro immagini ossessive. Sono noti infatti per queste loro provocazioni pittoriche firmate con quei nomi d’ arte sotto cui celano le loro identità. Poiché oggi inaugurano al Madre una mostra personale (Diniego è il titolo), ho cercato di indagare e di entrare in contatto con loro, operazione resa difficile dal fatto che i due temono di essere sotto l’ occhio costante di un investigatore della Digos, tale dottor Parmigiano, per alcuni contenuti sovversivi delle loro opere. La mia mossa è stata quella di chiedere nel giro dei centro sociali se fosse possibile rintracciarli, il risultato è stato un appuntamento con loro, notturno e da thriller, presso la stazione della metropolitana di Secondigliano. Lì fuori, il freddo e quasi una nebbia mi hanno fatto riflettere sull’ ispirazione che i due traggono dalla notte per dipingere temi come quelli delle bare e aggiungervi sottili considerazioni sul costo dei funerali. Sembra comico adesso dirlo, ma lì, mentre ero in attesa, ho ripercorso a memoria alcuni film dell’ orrore, da George Romero a Tim Burton, quasi scambiando per un morto vivente la guardia giurata che si è avvicinata a controllare chi fossi. In capo a dieci minuti, infine, ho visto due figure scivolare furtive verso di me e, dai pennelli che gli spuntavano dalle bisacce, ho subito capito che fossero Cyop e Kaf. L’ aspetto mi ha sorpreso, mi immaginavo due ragazzini, comuni nelle fattezze, ma invece mi sono ritrovato osservato da un nano, naso grosso e una giacca di folta pelliccia addosso, e da uno spilungone con una cicatrice che gli tagliava la fronte sopra due occhi inquieti e beffardi.

«Sei tu?» mi hanno chiesto. «Sono io» ho risposto un po’ a disagio. «E noi siamo noi» ha concluso il nano, indirizzandosi subito verso il retro della piccola stazione. Li ho seguiti mentre ancora chiedevo «Chi è Cyop, chi è Kaf?» zittendomi quando lo spilungone ha sbottato «Saperlo ti cambierebbe la vita?». Il rumore di un catenaccio ha anticipato l’ apertura di una porta che dava all’ interno, «Passe-partout» ha sorriso il nano mentre la spingeva e mi mostrava una chiave, un istante dopo eravamo nel buio più profondo, con due occhi inquieti che si muovevano al mio fianco. Seguendo le loro risatine, a passi veloci, siamo sbucati sulla banchina ferroviaria, finalmente alla luce, e lì lo spilungone (era lui Cyop, l’ altro lo aveva chiamato) è saltato tra le rotaie, ha afferrato il nano e l’ ha tirato giù, facendomi poi cenno con la mano di raggiungerli. Di corsa, tra i binari, abbiamo percorso centinaia di metri, lasciandoci alle spalle il convoglio sonnecchiante, pronto per l’ alba di quel giorno a riprendere le sue tratte. Quando ho capito che stavamo per imboccare la galleria, umida, fredda e oscura, mi sono fermato e ho chiesto dove volessero arrivare. Affiancandomi, il nano (e quindi lui era Kaf) si è spiegato con due gesti eloquenti «Qua è Dio, là è la soglia… deciditi». La curiosità, che uccide il gatto ma non il pardo, mi ha convinto a proseguire, solo dopo venti minuti a passo sostenuto le mie guide si sono fermate e la voce di Cyop ha deciso «Ecco, qui siamo nel nulla». Così, mi ha spiegato che siccome del nulla nessuno se ne fa niente, era l’ occasione propizia per mettersi un po’ in regola con l’ arte. «Siamo stanchi di camminare, fuggire e nasconderci… finora la nostra ispirazione l’ abbiamo trovata non a casa ma girando. Però quanta fatica. Guarda lui» mi ha detto, forse indicando il nano ma dimenticando che eravamo al buio «A forza di correre si sta consumando». Ho capito dove volesse andare a parare, si stava giustificando della mostra che avrebbero tenuto dopo una settimana al museo del Madre, loro, due erranti malevite, presi in cura dalle istituzioni. «Di certo, nel vostro caso» li ho assecondati «Accoppiandovi al Madre non rischiate mica l’ incesto». La battuta li ha divertiti e, un istante dopo, Kaf ha tirato fuori una torcia e ho potuto finalmente vedere dove ci trovavamo: in nessun dove. «Qui sopra di noi ci sono i Sette Palazzi di Scampia» ha ripreso Cyop «Le vedi quelle infiltrazioni d’ acqua lassù? Sono le lacrime che versano i giovani che ci abitano, i camorristi hanno deciso che tutti gli inquilini devono sorridere, per smontare l’ immagine da quartiere degradato che li disturba. Così quella gioventù piange di notte, di nascosto, per non rischiare la vita». Kaf annuiva col capo mentre si accingeva a disegnare sulla parete di fianco a noi. «E queste falene, le vedi come sono attratte dalla nostra torcia?» continuò Cyop «Sono le speranze delle loro madri, una volta erano lucciole». La cicatrice sulla sua fronte si aggrottava sempre più mentre parlava, mi auguravo che la smettesse presto di farmi la solita tirata di denuncia sociale su Scampia, da buon napoletano quale sono trovavo assurdo occuparci di etica mentre potevamo darci all’ estetica. Intanto, Kaf aveva pitturato a olio una splendida oca selvatica, talmente perfetta che l’ animale prese a starnazzare e se ne volò via dal muro, sparendo nei meandri della galleria. «Adesso la rifaccio… uffà!» fece il nano «Ma questa volta le metto delle alette piccole, così non vola». Ma non ci fu il tempo per lui di ricominciare a disegnare, un rombo assordante si insinuò lungo la grotta e temetti per la nostra vita che si trattasse della prima metropolitana che entrava in servizio, mi voltai e vidi in effetti un forte fascio di luce che si dirigeva veloce verso di noi. «Parmigiano, Parmigiano!»” urlarono invece i due artisti «Scappa, scappa!». Era proprio l’ investigatore della Digos, a bordo di un’ autocivetta, ne scorsi il volto tondo e sorridente per aver colto in flagrante i suoi odiati imbrattamura. Ci avrebbe preso, a piedi eravamo assai più lenti di lui, ma invece l’ oca fuggiasca di Kaf tornò in nostro soccorso. Dopo averci volteggiato sulle teste, si infilò sotto di noi e ci prese sul dorso, allontanandosi con pochi battiti d’ ali dal feroce persecutore che restò ancora una volta a bocca asciutta. L’ animale ci portò infine in superficie, io venni scaricato al Rione Alto mentre i due miei amici proseguivano il loro volo, sparendo nella luce dell’ aurora con un grido «Tanto non ti crederà nessuno». Forse avevano ragione. (maurizio braucci / repubblica napoli, 3 febbraio 2007)