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Quest’inverno, almeno per noi, è stato una merda. Dal punto di vista emotivo, s’intende. Quando è così ci sintonizziamo con la città andando a scoprire o riscoprire luoghi che per la loro forza hanno la capacità di rigenerarti. Per questo una mattina di fine febbraio ci siamo fatti un giro alla chiesa di San Giovanni a Carbonara. Le due scale che ti portano nel suo ventre sembrano intrecciarsi come un dna incaricato di tramandare la bellezza cui fanno da preludio. Gli affreschi che si trovano oltre l’abside, appena passati sotto la tomba di re Ladislao, raccontano di vita monastica e tentativi di corruzione, di erbe medicinali e muli sovraccarichi. Ci sono, certo, pure gli angeli il Padreterno e Maria con la sua annunciazione ma quelli sono il contorno. A noi pare che la portata principale siano i roditori dipinti su un davanzale, i nobili poco mimetizzati tra gli angeli, gli eremiti colti nel quotidiano. Ma stiamo divagando. Il punto è che se dalle scale, uscendo, ti affacci a sinistra, scopri che ci sono altre scale, che montano fino ad una porticina.

È oltrepassata quella porta che si nasconde, come tutte le oasi agli assetati, il parco Re Ladislao. Più che un parco un giardino, con aranci, nespoli, limoni, albicocchi, vigne. Non tanti alberi, ma uno di tutti. Fuori il caos dentro gli uccelli. Il vecchio monastero, annesso alla chiesa, è completamente abbandonato e recintato da una staccionata di legno da tempo immemore. È su questa superficie che abbiamo deciso di far germogliare la nostra primavera. Il dramma delle stagioni evoca cicli che si fanno morte. Evviva!

Il silenzio, ma anche i colori del giardino, non potevamo stuprarli con la nostra violenza cromatica, non quella che usiamo per aggredire l’urbe. E allora decidiamo di cambiare medium, dunque messaggio. Vogliamo che il nostro operato, più che altrove, si fonda con il preesistente. Scegliamo, per dar vita alle forme incubate in quel malessere invernale di cui sopra, la carta più leggera in commercio: le veline.

Chiediamo all’assessorato alla cultura e all’ambiente se si può evitare di andarci di notte. Sono d’accordo. Dunque dopo qualche sopralluogo con tecnici e giardinieri, e quel minimo di attesa dei tempi burocratici si può cominciare. Mentre operavamo (è chirurgia, non pittura) le ultime piogge già consumavano quanto stavamo realizzando, ne sbiadivano i colori lasciando che il legno, tarmato, risucchiasse tra le sue venature le velature (quando le parole sono così simili gatta ci cova).

Abbiamo conosciuto lì dentro poche persone, ma a dire il vero tutte interessanti. Luca in primis, che ha una trentina d’anni e due figli. Una storia complicata alle spalle ma molta voglia di capire il mondo. Dice che è una forza superiore che ci ha fatti incontrare. Lui e i suoi compagni osservavano da tempo i nostri disegni in città, in particolare alcuni nel loro quartiere alle spalle del parco, e si domandavano se quanto loro afferavano corrispondesse con le nostre intenzioni. A saperle le nostre intenzioni… Luca insiste: «il controllo sociale, lo sviluppo, il nuovo ordine mondiale, gli inciuci del vaticano, voi di questo parlate!». Non lo dice in questi termini, è un ragazzo di strada, la mattina fa bancarella alla Maddalena, ma il senso è quello. «A chille do terzo munno comme c’‘e miette ‘e scarpe ‘o pere» ossia, come li civilizzi a quelli del terzo mondo? Ci riusciranno piano piano dice, entrandogli in casa prima via cavo e poi con tutto il resto. Noi non neghiamo ma neanche confermiamo: ci piace pensare che anche ad altre persone quel po’ di carta velina possa innescare domande di questo o qualsiasi tipo. E poi c’è stata Anna, che frequenta il giardino prima di pranzo. Cammina con un uccello di legno sagomato tra le mani ripetendo all’infinito «Comm’è bell’auciello, comm’è bello». Adora ascoltarne il cinguettio, per questo siede sotto l’albero di nespole, dove più spesso gli uccelli, quasi sempre merli, si fermano ad assagiarne i frutti.

Veline, cinguettii, sono parole che evocano tutt’altro nel presente “medioevo tecnologico” (mediaevo lo chiama qualcuno). La voglia di far scontrare il loro suono con il nostro senso, o, se vi fa piacere, il loro senso con il nostro suono ci ha fatto chiamare Veline l’installazione che inaugureremo, insieme all’estate, il 21 giugno dalle 16 alle 19:30 (orario di chiusura del parco) . Saranno con noi Rosanna Salati, una splendida mezzo soprano che guarda sempre dritto negli occhi, Ciro Riccardi e Bruno Belardi, rispettivamente alla tromba e al contrabbasso.

Per concludere, proprio oggi, siamo passati dal falegname che ha bottega subito all’uscita del parco. Un’asse caduta dalla staccionata la utilizzeremo per farne alcuni piccoli dipinti. Era lunga e piena di vecchi chiodi arrugginiti, sembrava sofferente. Per questo dal falegname siamo entrati un po’ scossi e quasi urlando «Facciamola finita: ci tagli le venature!». (cyop&kaf)